IO C’ERO E CI SARO’

 

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Dolce Enrico, se tu ci fossi ancora

ci basterebbe un sorriso
per un abbraccio di un’ora
il mondo cambia
ha scelto la bandiera
l’unica cosa che resta
e’ un’ingiustizia piu’ vera
qui tutti gridano
qui tutti noi siamo diversi
ma se li senti parlare
sono da sempre gli stessi
quante bugie
quanti segreti in fondo al mare
pensi davvero che un giorno
noi li vedremo affiorare
oh no non dirmi no
dimmi che quel giorno ci saro’
chiudo gli occhi e penso a te
dolce enrico
nel mio cuore accanto a me
tu sei vivo
chiudo gli occhi e tu ci sei
dolce enrico
tu sorridi accanto a me
a san giovanni stanotte
la piazza e’ tutta vuota
ma quanta gente che c’e’
sotto la grande bandiera
e quante bugie
quanti segreti in fondo al mare
pensi davvero che un giorno
noi li vedremo affiorare
oh no non dirmi no
dimmi che quel giorno ci saro’
chiudo gli occhi e penso a te
dolce enrico
nel mio cuore accanto a me
tu sei vivo
chiudo gli occhi e tu ci sei
dolce enrico
tu sorridi accanto a me
tu sorridi accanto a me

 

 

Non riesco a scrivere un post su Enrico Berlinguer, solo stralci di cose dette da altri o pezzi dei suoi scritti o frammenti di ricordi soprattutto, ahimè, di quel 13 giugno 1984, il giorno dei funerali, il dolore condiviso con 1.500.000 di persone, donne, ragazzi, signore borghesi e vecchie contadine, comunisti e anche gente comune, tutti uniti in una gigantesca marea che quel giorno invase silenziosamente Roma come mai si era visto prima. Un’altra folla silenziosa e dolente, plaudente a tratti,  aveva seguito il viaggio del feretro da Padova a Mestre, 38 Km. ininterrotti di persone, moltissime le bandiere rosse (lo ricorda ancora con commozione e meraviglia lo storico autista di Berlinguer).

Quell’anno, il 1984, alle elezioni Europee (sigh!) per la prima volta nella storia d’Italia il Partito Comunista sorpassò la DC, affermandosi come primo partito italiano (33,3% contro quasi il 33,0%); e il nostro dolore si sciolse nella gioia: il “miracolo Berlinguer”

A venticinque anni di distanza, e ora più che mai, la nostalgia, il rimpianto lo struggente senso di vuoto che Berlinguer ha lasciato in noi – la generazione dei “ragazzi di Berlinguer” come ha scritto Folena nel suo libro – è talmente vivo, che le idee si affollano disordinate nella mia mente e l’emozione prende il sopravvento cosicché non riesco proprio a scrivere. Copierò, incollerò e mi commuoverò ricordando: non è un delitto!

 

Riporto dal sito di “Articolo 21” http://www.articolo21.info/8561/notizia/in-memoria-di-enrico-berlinguer-a-25-anni-dalla.html

 

“Siamo un gruppo di cittadine e cittadini che – ispirati dalla memoria di Enrico Berlinguer – hanno sentito l’esigenza di celebrare in mezzo alla gente il venticinquesimo anniversario della sua morte. L’11 giugno è una data simbolicamente assai rilevante per tantissimi italiani: Enrico Berlinguer vi morì su di un palco a Padova mentre conduceva un comizio per le elezioni europee del 1984, nell’adempimento del suo dovere, del suo lavoro.

Al di là dell’eredità politica dell’uomo, che certo ancora divide, è talmente grande il lascito morale, il prestigio, il carisma, la nobiltà della sua figura, che non verrà mai meno il bisogno di ricordarlo.

 

L’esempio dell’uomo e del politico Enrico Berlinguer rappresenta un patrimonio per l’intera nazione, al di là degli steccati di parte. E di tale esempio noi siamo convinti che l’Italia e gli italiani abbiano ancora estremo bisogno, soprattutto in una stagione così travagliata come quella che il nostro Paese sta attraversando.

Ricordarlo in Piazza Farnese – in tanti – può rappresentare certo un tributo alla sua persona, ma soprattutto un richiamo alle coscienze di noi tutti ed un appello alla memoria per le giovani generazioni.

Non sentiamo il bisogno di prove di forza, ma sarebbe molto bello essere numerosi giovedì prossimo in quella incantevole piazza romana.

 

Se il nostro appello vi convince, venite con i vostri cari ed invitate altri cittadini a partecipare. Enrico Berlinguer sarà ricordato attraverso brevi testimonianze di chi vorrà prendere la parola.

Arrivederci a Piazza Farnese.”

 

Io, prima di andare a Piazza Farnese, accogliendo l’invito lanciato da Giancarlo De Cataldo dalle pagine dell’Unità, porterò un fiore a Via delle Botteghe Oscure; spero che altri mi seguano.

 

               

Dall’intervista rilasciata a Eugenio Scalfari del 1981, attuale più che mai:

“……….I partiti non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune […], sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.

I partiti hanno occupato lo stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali (…) bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti………….”

 

Queste le parole di Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti italiani sicuramente non sospettabile di simpatie politiche nei confronti di Berlinguer:

 

 “Un uomo introverso, malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede”.

 

Lo abbiamo amato anche per questo suo carattere schivo, serio, intransigente, onesto, coerente fino alle estreme conseguenze.

 

Il ricordo di Ugo Baduel, giornalista anch’egli, con Berlinguer per 11 anni

“Ho detto che questi non sono ricordi ordinati secondo un filo cronologico coerente ma sono squarci di memoria. Mi viene in testa la cocciutaggine di Berlinguer nella difesa di alcuni principi tradotti in seria applicazione anche nei comportamenti più banali. Per esempio i viaggi. La velocità gli ha sempre dato fastidio. Una volta, in Sicilia, l’auto della polizia stradale che guidava il corteo di quattro macchine andò costantemente a 60 all’ora da Palermo ad Agrigento: erano le nove di sera quando c’eravamo mossi e dovevamo cenare all’hotel “Athena” nella Valle dei Templi. Qualcuno all’arrivo imprecò contro la lentezza del viaggio: “Se avessimo guadagnato mezz’ora, che cosa sarebbe cambiato?”, disse Berlinguer.


Agli aeroporti rifiuta sempre le salette riservate che i solerti funzionari del luogo gli mettono a disposizione e fa con pazienza file interminabili per uscire dal terminaI.

 

Una volta a Catania c’era Gava nella saletta delle autorità che lo vide in fila e mandò uno dei suoi a dirgli che forse non s’era accorto che c’era quella saletta da dove si poteva salire per primi sull’aereo: “Dica a Gava – rispose Berlinguer – che lo saluterei volentieri, ma dovrebbe venire qui lui perché io, se mi muovo, perdo il posto nella fila”.


Così per i semafori rossi. La polizia in motocicletta nelle città si premura sempre di bloccare il traffico agli incroci, ma le due auto di Berlinguer si fermano e aspettano il verde mentre sirene e fischietti appaiono patetici e inutili in mezzo all’incrocio a quel punto reso deserto. “Sarà una mia fissazione quella di passare con il verde, ha detto Berlinguer una volta, ma certo è migliore di quella legge di stato che sembra incrollabile nei paesi dell’Est secondo cui di fatto si passa sempre con il rosso”. Fu perché l’auto di stato che lo portava all’aeroporto attraversò un incrocio con il rosso che Berlinguer ebbe il grave incidente, mi pare, in Bulgaria che lo costrinse a letto per alcune settimane (e lui usò quel tempo per scrivere i famosi articoli sul Cile nei quali venne lanciata la proposta del “compromesso storico”).

 

Sparerei sulla Croce Rossa se facessi un confronto con l’arroganza e le pretese di certi politici di oggi, purtroppo di entrambi gli schieramenti; sfrecciano con auto potenti e sirene, e inutili scorte divenute “status simbol”,  tra noi comuni mortali, noi che facciamo le file, noi che paghiamo gli spettacoli ed il cinema, lo stadio e la bolletta telefonica, noi che non siamo “amici di”. Per alcuni, pochi, è esigenza reale; per altri, i più, l’unico pericolo e che gli si scuocia la pasta! Come non rimpiangere la modestia, il basso profilo, la delicatezza di Enrico Berlinguer.

 

Voglio concludere con una frase di Berlinguer che consiglio i nostri politici di rileggere e farne tesoro se ancora vogliamo contare qualcosa in questo Paese, se vogliamo fermare l’orda degli arroganti, dei profittatori, dei rampanti, dei salottieri, dei mistificatori, dei bugiardi, dei disonesti, dei razzisti, dei qualunquisti, dei nani e delle ballerine, delle veline e dei pennivendoli, dei politici burattini, del privilegio, ……………….l’Italia di Berlusconi.

 

“Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.”

 

 

IO C’ERO E CI SARO’ultima modifica: 2009-06-11T08:40:00+00:00da amanecer58
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Un pensiero su “IO C’ERO E CI SARO’

  1. forse sarebbe meglio dimenticare, perché il ricordo e l’inevitabile confronto non fanno che aumentare il dolore per la sua scomparsa e nello stesso tempo il disgusto per quello che oggi più che mai vediamo di fronte e noi e, ahimè, nel futuro dei nostri figli.

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